Monday, December 19, 2011

GIORGIO ISRAEL ON "The God Illusion" BY RICHARD DAWKINS

RICHARD DAWKINS ALLO SBARAGLIO

In un pepato articolo del Prof. Giorgio Israel, apparso nel suo blog il 13 Agosto, 2011, sotto il titolo Pangloss Reloaded, Richard Dawkins fa, come merita, una magra figura.  Il rinomato professore prende di mira l'ultima opera dell'illustre biologo britannico, The God Illusion, tradotto in italiano alla lettera (L'illusione di Dio.)   Eccone un breve sunto:

"Poco dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale un marziano cretino atterra negli Stati Uniti e penetra nottetempo, quando non c’è nessuno, in un laboratorio dove si trova uno dei primi grandi calcolatori digitali. «Che macchina primitiva!», esclama tra sé e sé il marziano cretino. «Cosa mai potrà fare?», si chiede. Una trentina di anni dopo atterra di nuovo per curiosare e scopre che ora sono spuntati dei calcolatori molto più veloci e meno ingombranti. «Un’evoluzione interessante», commenta prendendo appunti su un avanzatissimo taccuino elettronico e riparte sul suo disco volante. Torna dopo un altro trentennio e scopre che ora macchine piccolissime, poco più grandi di un libro, fanno in pochi secondi milioni di operazioni ciascuna delle quali richiedeva giorni di lavoro ai vecchi calcolatori. «Ma queste sono macchine di grande intelligenza!» - esclama - «persino capaci di operazioni autonome e quindi di creare qualcosa… Magari di creare le prime macchine di sessant’anni fa… Ma io ho visto come sono spuntate fuori: attraverso un processo di evoluzione. Ne deduco quindi la seguente legge: “Qualsiasi intelligenza creativa abbastanza complessa da progettare qualcosa è solo il prodotto finale di un lungo processo di evoluzione graduale”».
Bene, in realtà la legge non l’ha enunciata il marziano cretino bensì il noto biologo Richard Dawkins nel suo libro “L’illusione di Dio”. Solo che mentre il povero marziano cretino aveva dedotto la legge basandosi pur sempre su osservazioni di fatti reali, Dawkins procede in altro modo. Prima enuncia la legge e poi la “dimostra” così: «Siccome si sono evolute, le intelligenze creative arrivano giocoforza tardi nell’universo e non possono quindi averlo progettato». Insomma, prima egli dà per scontato che le intelligenze si sono evolute (“siccome”), e quindi ne deduce che si sono evolute… «Forse tu non pensavi ch’ïo loico fossi!», ci par di sentire esclamare Dawkins alla maniera del diavolo di Dante, magari accompagnando la frase con qualche suono osceno, perché, come vedremo, il nostro loico scienziato ha una certa tendenza coprofila. Il diavolo Dawkins ghigna, perché con la sua legge ritiene di aver dimostrato che Dio non esiste. Difatti, Dio, in quanto intelligenza creativa complessa non può che essere il risultato di un processo di evoluzione, e quindi non può essere all’origine di alcunché, non può aver creato un fico secco. «Tu non pensavi ch’ïo loico fossi».
Forse basterebbe questo per spiegare perché un personaggio come Richard Dawkins è il mio nemico per eccellenza. Non tanto perché è ateo – legittimi fatti suoi – ma per la suprema insipienza con cui propaganda le sue tesi e per l’arroganza con cui pretende che chi non condivide i suoi “ragionamenti” (con rispetto parlando per i ragionamenti, s’intende) sia un perfetto imbecille. E soprattutto perché facendo la sua campagna in nome della razionalità scientifica  fa fare alla scienza una figura barbina.
Ma no, non basta, c’è molto altro e se qualcosa risparmieremo al nostro “nemico” è soltanto per colpa dello spazio. Intanto, presentiamo un’altra sua mirabile affermazione: «Non si può tecnicamente [sic] dimostrare che Dio non esiste, ma Dio è molto ma molto improbabile». Bella forza! Che Dio, l’Ente supremo, il Creatore di tutto, l’Unico assoluto sia un evento molto ma molto improbabile è un’affermazione degna di un incrocio tra M. de La Palice e Pangloss. Il credente non può che essere d’accordo con Dawkins: Dio è l’evento improbabile per eccellenza. Ci mancherebbe soltanto che la sua probabilità fosse piccola ma apprezzabile: rischieremmo di trovarci in pieno politeismo… Ci si chiederà perché diamine Dawkins si sia dato una simile zappa sui piedi invece di dire tout court che Dio non esiste. Ebbene, il fatto è che lui ha ripercorso la solita via crucis dell’ateo ignorante: dimostrare, una ad una, che tutte le dimostrazioni dell’esistenza di Dio hanno un baco (non sapendo che a questo aveva già provveduto Kant) per poi ammettere che non è possibile dimostrare neppure il contrario (anche a questo aveva provveduto Kant). Per cui, non riuscendo a risolvere la cosa per via “tecnica” (che è il modo con cui lui dice “metafisica”), cerca la dimostrazione per via “scientifica”, con il calcolo delle probabilità. Ma attenti, perché Dawkins è un gran furbo e prova a parare il colpo del credente, e cioè l’argomento secondo cui il sorgere della vita è un evento talmente improbabile che può essere spiegato soltanto come effetto dell’atto creativo divino. Niente affatto, osserva il nostro furbacchione: anche ammettendo che il sorgere della vita abbia la probabilità di formarsi soltanto in un pianeta su un miliardo, siccome i probabili pianeti dell’universo sono un miliardo di miliardi, «la vita sarebbe sorta su un miliardo di pianeti»… Vi stupite? – proclama Dawkins – e allora ribadisco: «se le probabilità che la vita si originasse spontaneamente su un pianeta fossero una su un miliardo, questo evento molto, molto improbabile si verificherebbe in ogni caso su un miliardo di pianeti». Avete letto bene: “in ogni caso”… L’illustre scienziato ricava da una probabilità una certezza: un miliardo di pianeti con la vita. Tanto per capirsi, lui è uno di quelli che crede che giocando al lotto lo stesso numero novanta volte, uscirà certamente. E, come non bastasse, si assesta un altro micidiale colpo di zappa sui piedi: «Dio è molto improbabile nello stesso senso statistico in cui sono improbabili le entità che egli dovrebbe in teoria spiegare». E quindi Dio esiste certamente… magari un miliardo di volte…"

L'articolo fu ricettore di ben 101 contributi in forma di commenti ben appropriati, tra cui i seguenti:

Francesco Giuseppe Pianori:

"Non ragioniam di lor, ma guarda e passa" è il verso esatto di Dante nell'Inferno. Povero Dawkins! Quando si pretende di saper tutto si finisce per non saper nulla. "Quos vult perdere Deus dementat". Vale la pena pregare per lui e per Odifreddi: in fondo anche loro sono stati fatti per conoscere (in senso biblico) il vero, cioé Lui."

Gianfranco Massi:
"Certo che è necessario contrastare gli accademici propagandisti di ideologie scientifiche indimostrate! Il filosofo Pascal – nel ‘600 gli scienziati erano ancora filosofi − diceva di loro:”Plaindre les athées qui cherchent, car ne sont–ils pas assez malheureux? Invectiver contre ceux qui en font vanité.”

Angus Walters:
"Un'osservazione: "Se Dio non esiste, tutto è permesso" (Dostoevsky).

Un'altra osservazione: Non esiste società vivente senza una religione, perché quelle senza alcuna religione sono scomparse dalla faccia della terra.

Una domanda: Come mai, in tutta questa diatriba, nessuno ha menzionato il famoso teorema d'incompletezza di Gödel?"

Nautilus:
@Luigi Sammartino
"
Lei scrive
"Dare del cretino a chi è religioso o affermare che il pensiero religioso è roba da stupidi commette una violenza e un atto di prevaricazione."

Naturalmente ha ragione, però questa frase mi rammenta una obiezione (se non sbaglio di Vanni o Attento): e se uno non dà esplicitamente del "cretino"...ma lo pensa? Voglio dire: magari chi è rispettoso delle persone sarà corretto e non manifesterà il suo sotto-pensiero, ma non potrà cancellarlo, non potrà cancellare il senso di derisione e superiorità che spesso per non dire sempre nasce di fronte a chi (a torto o a ragione)viene ritenuto vittima di una superstizione.
Diceva Vanni (o Attento):"io me ne frego del formale rispetto, se non è autentico"
Per me aveva qualche ragione.
E purtroppo non c'è modo di saperlo...il credente dovrà accontentarsi della protesta formale di rispetto, magari sospettando che l'interlocutore se la rida sotto i baffi.

@ Angus Walters

"Sono un appassionato lettore di Dostoevskij, ritengo "L'idiota" uno dei romanzi più belli e importanti mai scritti...pure ho la (personalissima) sensazione che quel particolare pensiero sia una sciocchezza. Anche i geni in materia di religione possono sbagliare, forse.

Lei è a conoscenza di società senza alcuna religione? Io no, forse perchè sono sparite. Mi piacerebbe però sapere quali erano.
A meno che lei non si riferisca ai tentativi di sradicare la religione dal cuore degli uomini e magari sostituirla con altre fedi, che effettivamente sono falliti ovunque.
Il che conferma però solo una cosa: l'uomo ha bisogno di Dio, ne ha talmente bisogno che se non ci fosse se lo dovrebbe inventare.'

Angus Walters:
@Nautilus:

"La famosa quotazione, usualmente attribuita a Dostoevsky, viene espressa ne I fratelli Karamazov. Io credo, però, che Dostoevsky la pensasse proprio cosí.

Per le società senza religione, basta pensare al comunismo o al nazismo. Quelle del passato non possiamo conoscerle, perché, non avendo una cultura, non hanno lasciato alcuna traccia della loro esistenza (René Girard).

Per il resto, sono fondamentalmente d'accordo con lei, Nautilus. E comprendo bene perché lei non ha risposto alla mia domanda: perché chi, come lei, conosce bene il teorema di Gödel dà per scontato che ogni conversazione, anche nei riguardi della scienza, dovrebbe iniziare con l'asserzione o premessa "credo". Per il riferimento a Dio da doversi inventare se non esistesse, lei, ovviamente, ha voluto riferirsi a Voltaire.

Per quanto riguarda la diatriba sul pensiero (?) di Dawkins, sono d'accordo con quelli che lo giudicano un ciarlatano, indegno dell'appellativo "scienziato".'


Unknown:

"Prof. Israel, solamente due cose:

1) in risposta ad alcuni confusi commenti riportati sopra, mi permette di dire che sono uno Scienziato-Credente? Chiunque abbia il nerbo di definirmi meno-scienziato perche' credente si faccia pure avanti!

2) mi sono goduto il suo saggio sulla natura degli oggetti matematici che mi ha costretto a prendere in mano la Krisis di Husserl; entrambi un invito ad una riflessione seria, profonda, altro che gli sproloqui di Dawkins.

Cordialmente

Andrea Cortis"


Angus Walters:
"Esimio Professore,

Mi permetta di chiudere questa diatriba con una poesia di Pietro Trapassi, detto Metastasio:


Ovunque il guardo io giro
eterno Dio, ti vedo,
nell’opre Tue T'ammiro,
Ti riconosco in me.

La terra, il mar, le sfere
parlan del Tuo potere:
Tu sei per tutto, e noi
tutti viviamo in Te.

Grazie.

Giorgio Della Rocca:

"enso che, dopo “L'illusione di Dio - Le ragioni per non credere” dello zoologo e biologo dell'evoluzione Richard Dawkins, sarebbe opportuno leggere (se ancora non lo si fosse fatto) “L'illusione dell'ateismo - Perché la scienza non nega Dio” del filosofo della scienza (con interessi teologici) Roberto Giovanni Timossi [Ed. San Paolo 2009; Presentazione del card. Angelo Bagnasco]. Il titolo di questo libro ne rispecchia adeguatamente il contenuto (il che, a mio avviso, non accade sempre…); fra i tanti passi del libro che mi piacerebbe citare ne scelgo uno: «Non stupisce, invece, che Dawkins si ricolleghi a Daniel C. Dennett, l'altro campione dell'ateismo scientista, e che quest'ultimo a sua volta si richiami alle posizioni del primo dando vita a una sorta di circolo autoreferenziale: ormai sembrano, infatti, entrambi bisognosi di puntellarsi reciprocamente per sorreggere l'ingombrante tesi secondo cui la scienza avrebbe negato l'esistenza di Dio e reso superflua qualsiasi fede religiosa. [...] Gli argomenti che utilizzano, però, sono spesso tutt'altro che scientifici, come quando estendono il fanatismo di chi vuole le "guerre sante" a tutti i seguaci di una qualsiasi religione» (ivi, pp. 446-447).

Saluti,"

Ancora Giorgio Della Rocca:
"«Molti uomini, anche fra i più "grandi", hanno una notevole volontà di credere nelle cose più svariate, ma soprattutto, come risulta almeno nella nostra cultura da circa venti secoli, nell'esistenza di un (e in genere di un solo) ente "supremo" compiutamente dotato di certe proprietà dette "positive".
Questi, diciamo, teofili hanno spesso fornito ingegnosi argomenti a sostegno delle loro credenze o di quelle che desideravano si confermassero come loro credenze. Preso uno qualunque di questi argomenti, la probabilità che esso sia corretto o che comunque sia in grado di aumentare sensibilmente la probabilità da attribuirsi alle credenze dette è, penso, notevolmente abbassata dal desiderio di credere.
Esistono, naturalmente, anche teofobi (io lo sono di tutto cuore) e anche nel loro caso è opportuna una certa vigilanza su quanto costruiscono o asseriscono».

Il brano riportato è tratto dalla Premessa dello scritto: “Logica e teofilia. Osservazioni su una dimostrazione attribuita a Kurt Gödel”, del matematico e logico matematico Roberto Magari (1934-1994) [“Notizie di Logica”, vol. 7, n. 4, pp. 11-20 (1988)]. «Lo scritto fu concepito come un commento a un lavoro di Jordan Howard Sobel del 1987 basato a sua volta su una esposizione di Dana Scott al quale Gödel aveva fatto vedere la sua prova [ontologica dell'esistenza (e unicità) di Dio]» [dalla presentazione di Gabriele Lolli dello scritto suddetto, il tutto incluso come seconda Appendice nel libro: “Kurt Gödel. La prova matematica dell'esistenza di Dio”, a cura di Gabriele Lolli e Piergiorgio Odifreddi, Ed. Bollati Boringhieri 2006 (Ristampa ottobre 2010)]. È da tenere presente che lo stesso Gödel dichiarò che nutriva interesse per questa prova solo per motivi strettamente logici.

In questo blog, ho già avuto modo di parlare (criticamente) della cosiddetta "prova ontologica" dell'esistenza (e unicità) di Dio elaborata da Kurt Gödel.
A maggior ragione, la presenza di Dio - mi riferisco al Dio del Cristianesimo - non può ridursi a una questione di pura logica (naturale o matematica); per realizzarsi, essa necessita di un contributo attivo e positivo da parte degli uomini.

Saluti rinnovati,
Giorgio Della Rocca
{Ho giocato una partita a scacchi contro Roberto Magari nel corso del 5° Torneo Internazionale di Bagni di Lucca (1982).}

F I N I S




"




Sunday, July 24, 2011

La futilità dell'h-index svelata dal Prof. Giorgio Israel nel suo blog del 20 luglio.

"Misurare la qualità", come si vorrebbe fare con l'h-index, è una contraddizione di termini, e quindi un tipico esempio di pseudo-scienza. Per misurare abbisognano dati "discreti", il che non è possibile fare qualitativamente. Anche qui sono in pieno accordo con il professore.

Checché se ne dica, gli scienziati avranno sempre bisogno dei filosofi.
Ecco il professore:

MERCOLEDÌ 20 LUGLIO 2011

Ancora sul demenziale h-index


L’h-index è un parametro ideato nel 2005 da J. Hirsch della California University per misurare la qualità di un ricercatore scientifico. Esso è definito come il più grande n per cui il ricercatore ha pubblicato lavori ognuno dei quali ha ottenuto citazioni. Se ne parla molto in questi giorni in Italia perché la nuova Agenzia per la valutazione dell’università e della ricerca (Anvur) l’ha proposto come un criterio base per i settori “scientifici” concedendo a quelli “umanistici” metri di valutazione differenziati che stanno suscitando discussioni roventi. L’h-index ha sollevato molte critiche perché va incontro a paradossi ridicoli. Ad esempio, un ricercatore con 10 pubblicazioni e 10 citazioni ciascuna ha lo stesso h-index di uno che oltre a queste ne ha altre 90 con 9 citazioni ciascuna, oppure ne ha 10 con 100 citazioni…Ci si è allora sbizzarriti a correggerlo con il g-index (il più grande n per cui le pubblicazioni più citate hanno un totale di almeno n citazioni al quadrato) e altri indici ancor più sofisticati. Tutti hanno controindicazioni e, in fin dei conti, l’h-indice continua ad essere il più gettonato, tanto che confrontare gli h-indici è diventato quasi un gioco di società.
Giocando con uno dei programmi di calcolo dell’h-index si possono ottenere risultati talora esilaranti, buoni per dimenticare la calura delle serata estive. I dati possono variare secondo alcune specificazioni ma di solito di pochi punti in più o in meno, in modo omogeneo. Così si può trovare in vetta il neuro scienziato Jean-Pierre Changeux con un prestigioso 97 che umilia il 78 di Einstein e il 63 di von Neumann. Certo Changeux è uno scienziato di fama, ma insomma… Ma la sorpresa si fa grande constatando che lo scopritore dei neuroni a specchio Giacomo Rizzolatti calpesta con un vigoroso 73 il matematico Andrew Wiles, che ha risolto uno dei problemi matematici più difficili di tutti i tempi, la dimostrazione del teorema di Fermat, e che è inchiodato a un 32, per condivide con un’altra celebrità matematica come Enrico Bombieri. Entrambi sfigurano di fronte a… Alberto Alesina (92) e Francesco Giavazzi (43), per non dire di Umberto Veronesi (60). Un velo pietoso va steso sugli “umanisti”: persino un decano del settore come Tullio Gregory non riesce ad andare oltre 20 e il povero Emanuele Severino arranca con 14. Quanto ai commissari Anvur, il presidente Fantoni, in quanto fisico sfigura con un 23 davanti ai suoi colleghi medici o ingegneri (tutti sopra i 30) mentre altri commissari (Kostoris, Ribolzi) non raggiungono il 10.
Cosa concluderne? Che si tratta di un’emerita buffonata? Si e no. Certamente sì, nel merito. Purtroppo no, per la logica che è sottesa e che ridisegna una gerarchia della scienza che ne stravolge l’immagine consolidata, pensandola come una piramide al vertice della quale sono economisti, medici, genetisti e tecnologi, al disotto gli scienziati “di base”, ruderi del passato, e poi il proletariato umanista da chiudere in riserva indiana.
Al solito si dirà che attaccare la bibliometria è non volere la valutazione. Sciocchezze. Personalità al vertice della ricerca hanno mostrato che la bibliometria corrompe l’etica scientifica. Per dirla con la “legge di Campbell”: «più un indicatore quantitativo sociale è usato per prendere decisioni sociali vincolanti, più è soggetto alle pressioni di corruzione da parte degli agenti coinvolti, per cui l’indicatore corromperà il fenomeno che intendeva monitorare». Come ha bene chiarito un documento del Consiglio Universitario Nazionale (CUN) occorre fissare una soglia minima (numero di lavori in un dato periodo) e poi il giudizio deve essere di merito: «in ogni caso nessun parametro quantitativo può impedire un positivo giudizio di merito a fronte di risultati di assoluto valore la cui peculiarità può essere positivamente attestata». Altrimenti finiremo col prendere sul serio che Alesina sia tre volte superiore a Wiles, al che non crede neppure l’interessato.
(Il Foglio, 19 luglio 2011)




Sunday, April 3, 2011

NOTA A "INTERVENTI"

I commenti sono in riferimento al post del Professor  Giorgio Israel: "La banalita' del libro".

INTERVENTI

GIOVEDÌ 24 MARZO 2011


La banalità del libro


Ho sempre condiviso le critiche alla teoria del “banalità del male” di Hannah Arendt. Nella sua corrispondenza con Gershom Scholem, ho sempre trovato più convincente la posizione di quest’ultimo. Aggiungerei che la tesi della “banalità del male” potrebbe essere rovesciata. Uno dei più grandi enigmi del mondo è l’esistenza del male, ed è, casomai, il bene a essere ovvio e naturale, mentre il male è un’aberrazione inspiegabile. Non a caso, la teologia ebraica, in particolare quella kabbalistica, ha esplorato con la massima intensità il tema dell’esistenza del male ponendosi di fronte, con audacia estrema, alla domanda se l’origine del male non vada cercata entro lo stesso atto creativo del mondo da parte di Dio, e quindi Egli stesso non ne sia la causa. Anche per l’incomprensione di questa problematica da parte di Arendt, aveva ragione Scholem a definire la tesi della “banalità del male” come uno “slogan”, frutto di un’analisi poco profonda e persino – aggiungeva – contraddittoria con quella centrale del celebre libro di Arendt sulle origini del totalitarismo.
Ciò detto, non trovo nulla nella critica di Scholem a Arendt che assomigli neppure lontanamente alle dure accuse mosse da Deborah Lipstadt nel suo libro “The Eichmann Trial” (di cui ha parlato Il Foglio), fino al punto di imputarle di aver assolto la cultura europea della colpa di antisemitismo. Il rimprovero di Scholem a Arendt di mancare dell’Ahavat Israel, dell’amore per il popolo ebraico, non ha niente a che fare con l’accusa della Lipstadt secondo cui la Arendt considerava i sionisti colpevoli di parlare lo stesso linguaggio di Eichmann. Non soltanto Arendt si difende esplicitamente da questa accusa in una risposta a Scholem (24 luglio 1963), ma spiega il senso della sua critica a un certo sionismo, la quale ha un fondamento tutt’altro che inconsistente. Arendt riferisce di un suo dialogo con un alto esponente israeliano cui esprimeva la sua preoccupazione per l’assenza di separazione tra stato e religione in Israele. Questi rispose: «In quanto socialista evidentemente non credo in Dio, credo nel popolo ebraico». «Trovai questa dichiarazione scandalosa», osservò Arendt, aggiungendo: «Avrei potuto rispondere: la grandezza di questo popolo è venuta un giorno dal fatto che ha creduto in Dio e ha creduto in Lui in tal modo che la sua fiducia e il suo amore per Lui erano più grandi della sua paura. Ed ecco che ora questo popolo non crede altro che in sé stesso! Cosa di buono può venire da questo?».
Queste non sono accenti di un’antisemita, bensì di un’ebrea che pone un problema perfettamente sensato, anche se accanto a una tesi poco convincente, forse dannosa, ma legittima. Lo scambio, pur duro, tra Arendt e Scholem, è un confronto intellettuale ad alto livello tra due grandi intellettuali mitteleuropei e non un processo da rotocalco.
Di recente, per aver paragonato gli orrori del Gulag comunista a quelli del Lager nazista, alcuni primi della classe del filosemitismo mi hanno accusato di essere un “traditore del mio popolo”, adducendo come colpa anche il mio interesse per Husserl, che si sarebbe macchiato della colpa di aver avuto come allievo Heidegger. Le tesi della Lipstadt e l’imputazione alla Arendt di aver commerciato con Heidegger, rievocano queste strida da tricoteuses giacobine.
Nella citata lettera Arendt lamentava che la sua tesi fosse stata demolita prima ancora di leggerla dalla campagna promossa da un certo establishment ebraico israeliano e statunitense. È da augurarsi che, dopo mezzo secolo, non si ripeta lo scenario, con un certo ebraismo liberal newyorkese pronto a gettare con l’acqua sporca delle colpe europee una grande ricchezza culturale per lasciarci in mano solo la parodia puritana della ghigliottina di Robespierre.

ANGUS WALTER HA DETTO:


Caro Professore, Il concetto del male fu esplorato, in modo esauriente e definitivo, dall'ultimo filosofo dell'era classica, Boezio, nel suo famoso trattato De consolatione philosophiae, molto ben noto a Dante ed a qualsiasi medievalista. Invito Lei ed i Suoi lettori ad esaminarlo. Direi "ri-esaminarlo", se non fossi certo che oggigiorno Boezio non si legge piu`.
Angus Walters
alfio ha detto...
Con tutto il rispetto per Severino Boezio, se qualcuno avesse detto qualcosa di "definitivo" sul problema del male, forse il mondo andrebbe meglio (o peggio, chissà).
Angus Walters ha detto...
una domanda ad Alfio: Ha mai letto il De consolatione? Se la riposta e` "no", no further comment! Se "si`", quando, dove, ed in quali circostanze? Angus Walters
alfio ha detto...
Le do atto che di tutti i possibili fanatismi quello per Boezio è tra i meno pericolosi. Devo comunque ribadire che nessuno nella storia dell'universo ha mai detto alcunché di definitivo; chi ha creduto di farlo ha combinato più guai che altro. Quanto alle sue domande: università di **** a.a. 82-83 (credo) corso di storia della filosofia medievale. Ammetto di aver prevalentemente dormito. Più interessante il corso su Boezio nella cultura ebraica (chi ne ha scritto? Senza googlare, ché sarebbe unfair, come dite voi milanesi).
Angus Walters ha detto...
Alfio, allora la risposta e` "no". Angus Walters
alfio ha detto...
E, mi par di capire, la sua risposta su Boezio nella tradizione ebraica è "non lo so". Lo so, prof., sembriamo due bambini delle elementari, ma tant'è...
Nautilus ha detto...
Se qualcuno ha voglia di guardare bene in faccia il male, oggi c'è un filmato sul Corriere (il link non lo metto perchè mi fa ribrezzo) in cui un presunto talebano viene prima a lungo inseguito poi disintegrato da raffiche di mitragliatrice. Vabbè, à la guerre comme à la guerre...solo che il sgt. Schweitzer (che ironìa eh?) ha pensato bene di sonorizzare l'evento con una colonna rock. A mio avviso una cosetta ripugnante. Ma il sgt. Schweitzer e il gruppo di commilitoni che han collaborato alla regìa son dei mostri? Magari han solo uno stato d'animo vendicativo, spaventato o semplicemente stufo e annoiato di quella guerra, e passano il tempo in qualche modo. Come quelli di Abu Ghraib, aguzzini normalissimi. Vasco Rossi (se possiamo nominarlo dopo Boezio) dice:"Non ti fidare mai/non sono gli uomini a tradire ma i loro guai/i loro guai..." E Cèline "E' tutta colpa della nostra natura infernale..." E Pascoli "Quest'atomo opaco del male..." E Hobbes "Homo homini lupus" Per dire le prime citazioni che mi vengono in mente, e sarebbe lunga anche l'elencazione dei "guai" con i quali coltiviamo la nostra infelicità e quindi la nostra ferocia.

Sunday, February 27, 2011

LETTERA APERTA DI GIUSEPPE GUALTIERI

Con lo pseudonimo di Sordello da Goito, il noto autore ed abile traduttore dei classici, Giuseppe Gualtieri, in una lettera inviata ai capi redattori del Corriere della Sera e della Stampa, si lamenta di un infelice commento di Christopher Benson, apparso nella rivista americana The Weekly Standard, il 27 dicembre scorso.  In questo articolo il recensore Benson prende di mira una recente traduzione inglese de La Vita nova dell'italianista David R. Slaavit, pubblicata dalla Harvard Press.  Il Benson paragona, en passant, alcuni versi di Dante con una lirica di Katy Perry.  Poi egli procede a trattare la traduzione verseggiata di Slavit con quella in versi sciolti di Mark Musa, un altro rinomato dantista.

La parte che fa infuriare il Gualtieri e` una citazione di un altro studioso americano, Robert Harrison, la cui opinione il Benson condivide:
              
                   The most striking aspect of the Vita nuova, for those who do not merely take
                    its canonical stature for granted, or whose perception of the work is not
                    mystified by the fact of authorship, is the utter seriousness with which
                    the author sets out to dignify and solemnify the rather innocent (and often
                     mediocre) lyric poems that he composed in his youth.  The Vita nuova gives the
                     impression that Dante was unwilling to allow the poems to stand on their own but
                     strove, through his prose commentary, to give them the sort of weight they lacked in their
                     own right.

A parte la mancata impostazione critica del problema della revisione dantesca dei suoi versi giovanili,  cio` che irrita di piu` il Gualtieri e` il commento negativo ("often mediocre") della poesia di Dante.

Ecco parte della Lettera aperta del Gualtieri :

"…In breve: per Benson, Slavitt e Harrison, presunto scholar italiano eccetto che di nome,  Dante non sarebbe in fin dei conti so great as he is universally believed to be and, most particularly, sarebbe addirittura poeta di mediocrita`, inferiore comunque perfino alle lyrics scritte e ragliate dalla Katy Perry, una cicaleggiante e triviale peripatetica menestrella da strapazzo emula leccacu… della ormai scaduta e vieta slaureata madonna di Pacentro…"


Ma, in fin dei conti, anche se in pieno accordo con il Gualtieri, io preferisco vedere il bicchiere piu`pieno che vuoto.  Infatti, molti Americani che prima d'ora forse non avevano mai sentito parlare di Dante, leggendo questo articolo, in una rivista cosi` prestigiosa, si chiederanno perche`, dopo piu` di sette secoli, si continua a tradurre e ritradurre la sua opera. 
                                                    
 

Wednesday, November 17, 2010

CORRISPONDENZA

On 2010-11-14, at 4:42 AM, pietro maccallini wrote:

Caro Angelo,

gli appassionati di linguistica saranno pochi, e quei pochi probabilmente non sono andati molto a fondo nelle cose, e per questo non intervengono.  Ma gli anointed ones  dove sono? Pittau e Anonimo (dietro il quale credo si sia nascosto  Beccaria) tacciono spudoratamente.  Purtroppo anche in questo campo vige la legge della giungla, quella del più forte!
Ho ordinato un libro di 4cento pagine sulla quantum theory .  Da molto tempo, qualche libro che leggo, verte su cose scientifiche.  A dir la verità sto leggendo anche un libro di Eugenio Scalfari, il giornalista sinistroide, intitolato Per l'alto mare aperto  e che è una veloce analisi, un po' troppo smembrata e senza nerbo, della modernità a partire dal Cinque-seicento.  
Effettivamente quello che dico nell'ultimo post credo sia a prova di bomba e che non lasci vie di fuga a chi volesse sostenere altro. Non ci sono quasi toponimi, sempre troppo incerti (quando non si è in possesso delle mie certezze) per convincere qualcuno della bontà del mio metodo; i significanti sono quelli riconosciuti anche dalla linguistica ufficiale; i significati sono lì a coprire una gamma di valori gradualmente disposti l'uno a fianco dell'altro: tutto è solidamente connesso in modo da togliere persino il respiro a chi volesse dire no, o semplicemente ni.  Ti ringrazio e ti saluto

Pietro
Caro Pietro:

Eppure un toponimo c'e`: Le Langhe, che Cesare Pavese amava e rese famose.  Anzi, mentre leggevo il tuo ultimo post mi chiedevo come mai tu non includessi questo toponimo alla tua ricerca.  E poi, finalmente, l'ho trovato incluso e specificato nella sua origine.   Bravo!

Anch'io sono molto interessato alle ultime scoperte scientifiche, specialmente quelle che la quantum theory ha reso possibili.  Dopo la tua lettura ne riparleremo. Purtroppo, non conosco bene Eugenio Scalfari, ma un fatterello riportato dall'onorevole Giuseppe Tatarella me ne da` un'idea:

                  Il 7 agosto 1970 l'allora deputato socialista Eugenio Scalfari avrebbe detto al vigile urbano Gianfranco Baroni di Milano, che gli contestava una contravvenzione: "Sarebbe meglio che lei facesse una cura ricostituente anziché contravvenzioni, perché lei non sa chi sono io. Io sono l'Onorevole Scalfari".

NATURALMENTE, COME ECONOMISTA DI PROFESSIONE, E SINISTROIDE, TUTTO IL SUO PANORAMA CULTURALE E` COLORATO DALLE IDEE DI MARX.

Stammi bene,
Angelo

Saturday, November 13, 2010

Commento al blog di Maccallini: post di novembre 2010

Bravo Maccallini!

E` proprio questo tipo di ricerca che mi indusse, qualche anno fa, a scrivere cio` che segue:


Pietro Maccallini è il fuoriclasse della glottologia contemporanea.

Lo spinoso problema della dicotomia del segno linguistico come significante e significato, con tutto ciò che esso comporta per un’adeguata comprensione della realtà, non è stato ancora risolto dalla linguistica tradizionale, forse perché gli studiosi del passato non hanno notato gli addentellati della semplice lingua con la filosofia intesa nel senso classico, cioè della scienza che racchiude tutto lo scibile umano, proprio come il Vico intendeva il concetto.
Il rapporto reciproco di questi due elementi dell’enunciato rimane instabile attraverso il tempo.   I cambiamenti possono essere causati dal normale processo di obsolescenza, con la conseguenza del cosiddetto  logoramento linguistico, con svolgimenti autogenetici indipendenti, come l’iper/ipogeneralizzazione, rilessificazione, perdita morfologica e via di seguito.
I parametri stabiliti dalle varie scuole, a partire dalla linguistica storica, come l’approccio comparativo-ricostruttivo di Antoine Meillet e, più di recente, l’esame della struttura del segno linguistico di Walter Belardi e di Paolo Di Giovine, nelle lingue indoeuropee, antiche e moderne (romanze),  non riescono a dare una soluzione soddisfacente al problema.  La designazione delle numerose teorie linguistiche rappresenta un vero ginepraio, come ben definisce la situazione, metaforicamente, l’esimio prof.  Vittoriano Esposito, nell’introduzione ad un’altra operetta del nostro autore.
Neanche gli ultimissimi tentativi della semiologia e della cibernetica, i cui migliori risultati si annoverano nelle opere di Douglas Hofstadter, Umberto Eco e Noam Chomsky, rispettivamente, hanno fornito una risposta definitiva, che forse non sarà mai possibile ottenere; considerazione, questa, che fa riflettere sul motivo per cui Socrate e Cristo non hanno lasciato nulla per iscritto.  Il significante (segno) e il significato (intento) si uniscono nella parola (logos),  ma si dividono nel segno, nella scrittura, che rappresenta la parola solo in modo artificiale, incompleto, e richiede un lettore competente in materia che ne sappia ricostituire il significato.
L’originalità di Pietro Maccallini consiste appunto nel suo eclettismo, che gli permette, senza restrizioni, di esaminare a fondo i toponimi, e non superficialmente, come spesso fanno gli studiosi, ingannati da giochi casuali, prodotti dalle varie interferenze nel corso dell’inevitabile logoramento linguistico.  In una recente sua comunicazione, così esprime il concetto il Maccallini:

Quando loro [gli studiosi] incontrano toponimi come Fonte del Lepre o Fossa del Lupo, non immaginano nemmeno per un momento che al di sotto di essi potrebbe sonnecchiare il nome reale, diretto, concreto della cosa designata, ma credono che questi toponimi siano la prova della tendenza affabulatrice e fantasiosa dell’uomo preistorico oppure che essi rimandino a qualche fatto, a mio avviso improbabile, che sarebbe accaduto nei rispettivi luoghi alla presenza degli animali nominati, i quali avrebbero così lasciato impronte indelebili sulle suddette denominazioni.
Questa intuizione della vera coincidenza dei due elementi dell’enunciato, da ricercare nel sostrato della lingua,  risale al tempo in cui il Maccallini estrinsecava il concetto nella sua prima opera  Principi di una nuova linguistica (1992), composta “alla garibaldina”, come mi comunicò in una lettera di qualche anno fa l’autore.  Egli parte dalla convinzione, non condivisa da tutti gli studiosi, della monogenesi del linguaggio, e crede fermamente nella possibilità di riconnettere il significante al suo significato tramite il discernimento delle radici insite nel segno dell’enunciato, procedimento più che mai difficile per chi manchi di competenza linguistica, ma incredibilmente facile per il Maccallini.  E in questo, appunto, come in una semplice formula di Einstein, consiste il genio del Maccallini.

Auguri e...ad maiora!